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Dopo il bambino autistico, gita negata a un’altra ragazzina disabile

La scuola è il primo luogo di socializzazione, dove si impara il rispetto reciproco, la collaborazione, la lealtà, la vita insieme a una comunità di individui tutti diversi. Stupisce allora aver scoperto, in questi giorni, casi di gravi discriminazioni avvenute all’interno della scuola e a volte, sembra, anche giustificate dalla stessa. Pochi giorni fa la storia di Giulio ha scosso e turbato tutta Italia. Al bambino autistico la gita è stata preclusa prima ancora di parlarne: né Giulio né la sua famiglia sono stati avvisati della gita organizzata per la sua classe, una terza media di Livorno. Così il ragazzino è arrivato a scuola e ha trovato l’aula vuota. Niente compagni e niente professori: tutti in gita, tranne lui. L’amarezza dei genitori e il dispiacere di Giulio, espressi in un post su facebook, hanno fatto scoppiare un caso. Uomini, donne, ragazzi si sono fatti ritrarre con in mano il cartello “Io sono Giulio” per protestare contro l’ingiusta esclusione. L’istituto si difende, sostenendo che si sia trattato di un equivoco, «E’ stato sempre fatto tutto in accordo con la famiglia del bimbo». Ma la mamma si dice indignata. «La scuola ha deciso per me e per mio figlio ed è inammissibile – ha dichiarato – Mi hanno detto la mattina stessa che Giulio sarebbe stato da solo in classe perché i suoi compagni erano in gita».


Matteo Renzi ha espresso la sua solidarietà a Giulio e alla sua famiglia in un tweet, ma purtroppo non sembra trattarsi di un caso isolato. Sull’onda dell’indignazione, il papà di Luigi da Isernia ha raccontato la sua storia: un altro ragazzino autistico a cui è stata negata la gita. «Ieri – ha detto – mia moglie ha portato Luigi a scuola trovando in classe solo l’insegnante di sostegno. Ha chiesto spiegazioni e ha appreso che gli altri erano in gita nella vicinissima Venafro per visitare alcuni luoghi di interesse storico e che noi, la famiglia di Luigi, non eravamo stati avvisati. Questo fa molto male. Parlo da genitore, da uomo e a nome di mio figlio che, purtroppo, non può esprimere le sue emozioni. Se ho deciso di raccontarlo è perché voglio che non accada più in futuro, né a mio figlio né agli altri».


Episodio simile per certi versi quello che ha colpito una ragazzina in una scuola media di Legnano, in provincia di Milano. Disabile ma autonoma (è negli scout e partecipa regolarmente alle gite in tenda), i compagni di classe hanno deciso per lei che non avrebbe partecipato alla gita in Austria. Nessuno voleva dormire con lei. Sarebbe stata «una responsabilità troppo grande», hanno letto i genitori sul gruppo di classe di whatsapp. Disperata, la mamma della ragazzina ha parlato con gli insegnanti e, non ottenendo risposta, si è rivolta anche al Miur. «Ancora non abbiamo avuto il coraggio di dare la notizia a nostra figlia» ha dichiarato la mamma. Questi casi hanno un elemento in comune: il concetto di disabilità come ostacolo insormontabile, per il ragazzo stesso e per chi lo circonda. Così è preferibile ferirne i sentimenti che parlare con i genitori, cercare insieme una soluzione, integrare il ragazzo e permettergli di vivere un’esperienza importante ed esaltante come quella della gita con i compagni di classe. Un comportamento che non è giustificabile o accettabile dall’istituzione che dovrebbe educare gli uomini di domani.

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