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Il rapporto tra Apple e Irlanda

Apple da anni ha un rapporto assai particolare con l’Irlanda e recentemente pare sia diventato un problema

Ci sono due modi di vedere il rapporto tra Apple e l’Irlanda. Il primo modo è di guardare alla sede di Cork, piena di impiegati e operai, vengono assemblati gli iMacs, c’è il centro logistico che rifornisce tutta europa e ci sono i tecnici che risolvono i problemi di quasi tutti gli europei.
Apple ha dato il là alla tigre celtica dato che arrivò nell’isola di smeraldo all’inizio degli anni ’80 quando l’Eire era una economia prevalentemente agricola e diede il via alla crescita esponenziale dell’economia irlandese negli ultimi anni, una economia trainata tutt’ora dal settore tecnologico.


Il secondo modo di vedere Apple in Irlanda, invece, è meno fatato.
In Irlanda ha sede A.O.I. o Apple Operations Internationals, una entità extra-sensoriale come solo nel mondo della finanza esistono.
A.O.I. non ha una sede vera e propria, per gli USA è irlandese, per l’Irlanda è statunitense, nonostante questo è una compagnia gigantesca che ha circa 200 miliardi di dollari di valore. Non male per una società che non ha un indirizzo fisico e non ha dipendenti.
A.O.I. è stata creata in Irlanda e sottostà al diritto irlandese ma nonostante questo non raggiunge i requisiti minimi per essere considerata una società dal governo irlandese. Esiste ma non esiste, vive in un cavillo legale.


Questo tipo di pratica è condannato ovunque nel mondo, addirittura Hillary Clinton e Donald Trump sono d’accordo nel condannarla. Le compagnie devono avere una sede legale vera e propria e devono pagare le tasse del paese in cui hanno sede. Lapalissiano.
Apple si difende dicendo di essere il primo contributore irlandese ma se questo è una verità lo è solo a metà: la più grande compagnia di Apple in Irlanda non paga nessuna tassa e al governo irlandese sempre andare bene così. Anzi.
I legislatori irlandesi sono diventati creativi per quanto riguarda la tassazione delle multinazionali come gli avvocati degli studi tipo Mossack Fonseca. In Irlanda è possibile far viaggiare, su carta, i soldi dall’isola di smeraldo all’Olanda per poi passare a un paradiso fiscale vero e proprio per poi tornare in Irlanda in un giro fittizio di sussidiarie che fa si che i proventi delle grandi aziende non siano soggetti neanche alla pur piccola aliquota irlandese.


La Commissione europea, però, non è d’accordo con la visione creativa degli irlandesi e ha imposto a Dublino di chiedere gli arretrati delle tasse non pagate da Apple a partire dal 2003 fino al 2013. La commissione si è spinta ad affermare che l’Irlanda si è resa complice di uno schema truffaldino che ha come vittime i contribuenti, le compagnie concorrenti e le altre nazioni europee. Tim Cook si è espresso in modo colorito sulla faccenda e il governo irlandese si è mostrato sorpreso.


Il ministro delle finanze irlandese, Michael Noonan ha dichiarato che chiedere i soldi ad Apple sarebbe come mangiare le patate da piantare, un piccolo guadagno oggi per una grande perdita nel lungo periodo (una metafora incredibilmente irlandese). Apple e altre compagnie come Google se fossero forzate a pagare miliardi di tasse lascerebbero l’Irlanda e di conseguenza l’Europa rendendoci tutti un po’ più poveri (gli irlandesi un po’ di più).


La trasformazione economica dell’Irlanda negli ultimi anni è stata incredibile. All’inizio degli anni ’90 il PIL pro capite irlandese era tra i più bassi d’Europa, la disoccupazione era ben sopra il 16% ma dal 1995 Dell, Intel e Microsoft si raggiunsero ad Apple e furono seguiti da grandi compagnie farmaceutiche.
All’inizio il motivo di questa migrazione di capitali di massa era semplicemente l’opportunità di avere lavoratori dall’educazione superiore che lavoravano a prezzi decisamente inferiori che nel resto del mondo industrializzato.
Dopo le industrie tecnologiche e quelle farmaceutiche arrivarono altre multinazionali e tutti sembravano essere contenti: le industrie risparmiavano e gli irlandesi lavoravano e facevano crescere la loro economia.


Accanto a questa crescita reale, però, in Irlanda si creò una economia finanziaria parallela, una vera e propria bolla finanziaria che come tutte le bolle era destinata ad esplodere ma non finisce qui.
Gli irlandesi per attirare sempre più grandi multinazionali crearono un sistema in cui puoi allo stesso tempo evitare di pagare le tasse ed avere una forza lavoro al livello educativo più alto e che parla inglese. Altri paradisi fiscali come le Bermuda, ad esempio, non possono offrire un servizio del genere, sono troppo piccole.
Così in Irlanda, anche evitando complessi schemi, come quello di Apple, si può lavorare con una aliquota del 12.5%, una delle più basse al mondo.
L’Irlanda è esplosa grazie a questo sistema di tassazione: la sola Apple impiega 6.000 persone (con stipendi molto alti) in una nazione che in totale ha 5 milioni di persone. Per rendere l’idea sarebbe come se in Italia impiegasse 72.000 persone con stipendi di alto livello. Google ne aggiunge altri 6.000, Intel 5.200, Microsoft 2.000, Dell 2.500 e così via.


Poi arrivò la crisi e come se non bastasse Brexit. Quasi tutte le esportazioni irlandesi passano dalla Gran Bretagna e nel futuro prossimo questo non sarà possibile e nel lungo periodo la Sterlina si svaluterà e, probabilmente, il Regno Unito invaderà l’Irlanda economicamente.
In questa situazione una imposizione di questo tipo dell’Europa che potrebbe far scappare i più grandi contributori irlandesi ha mandato il governo nel panico. Nessuno vuole tornare a mangiare patate tutti i giorni.

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