Italia e Libia, un rapporto speciale

L’Italia è il primo paese a riaprire la propria ambasciata in Libia dopo l’evaquazione di tutti i diplomatici nel 2015

L’Italia è stata la prima nazione occidentale a riaprire la propria ambasciata in Libia dal 2015, anno in cui tutto il personale diplomatico è stato evaquato. Una mossa che ha come obiettivo rimarcare la situazione di predominanza italiana nello stato del maghreb e dare ulteriore riconoscimento internazionale al governo di Sarraj.


Questa mossa è stata fatta in un momento in cui il governo di Haftar, rivale di quello supportato dalle Nazioni Unite di Serraj, sta guadagnando supporto internazionale, in particolar modo in Russia, mentre quello riconosciuto sta perdendo terreno e autorità.
Questa mossa da parte del governo fa pensare che la situazione sia arrivata ad un punto di svolta e che, come storicamente è sempre stato gli italiani vogliano essere le persone con cui parlare quando si tratta di Libia.


L’Italia ha più di una regione per avere dei rapporti stretti con la Libia, forse la più importante è il controllo del flusso di migranti che dalle coste libiche si riversano sulle coste italiane.
Gli altri leader europei propongono soluzioni “forti” come addestrare la guardia costiera libica a intercettare i contrabbandieri o coordinare operazione anti contrabbando con le marine europee in territorio libico o, ancora, fare un accordo simile a quello con la Turchia per trattenere i migranti in Libia a fronte di fondi europei.
Tutte ottime idee se ci fosse un unico governo con cui trattare invece di un insieme di piccoli e grandi signori della guerra che controllano un territorio limitato in aggiunta ai due governi semi-ufficiali e al governo che le Nazioni Unite considerano ufficiale.


Alfano ha dichiarato subito via Twitter che la riapertura dell’ambasciata è un gesto d’amicizia nei confronti del governo libico e che l’obiettivo è quello di controllare meglio il flusso di migranti.
Peccato che quella di Alfano sia una speranza che molto probabilmente sarà delusa, dato che il governo di Fayez al-Sarraj, quello sostenuto da Italia e Nazioni Unite sembra sempre più traballante e che, comunque, l’area da lui controllata è assai limitata.


Da quando l’ambasciata ha riaperto c’è già stato un tentato golpe a Tripoli e il governo di Tobruk ha detto che l’atto italiano è un atto di occupazione in opposizione alla carta delle Nazioni Unite.
Una risposta del genere riguardo l’apertura di una ambasciata è indicativa della situazione estremamente confusa che c’è in questo momento nel paese del Maghreb.


L’Italia si ha un ruolo centrale nelle trattative libiche anche grazie al disinteresse che la situazione libica ha avuto negli USA, situazione che difficilmente cambierà con il nuovo presidente.
La Libia, tuttavia non è importante solamente per ridurre il traffico di migranti, droga, armi e la possibilità di infiltrazioni di terroristi ma anche perché è uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio e gas e uno storico “feudo” ENI.


Il governo italiano e i dirigenti ENI, tuttavia, si trovano davanti una gatta difficile da pelare; la debolezza del governo di Sarraj è palese. Nella zona da loro controllata non c’è sicurezza e mancano anche i servizi più basilari per i cittadini; rimane in piedi solo grazie ad alcune milizie di alcuni signori della guerra e questi potrebbero abbandonarlo da un momento all’altro.
D’altro canto sia l’Europa che l’Italia hanno puntato tutto Government of National Accord (GNA) di Sarraj per cui non resta che supportarlo senza se e senza ma.


Un GNA debole potrebbe aprire definitivamente la strada al generale Khalifa Haftar, comandante della Libyan National Army e leader del governo di Tobruk, il governo più importante in Libia dopo quello di Sarraj. Lo stesso governo che ha dichiarato che l’apertura dell’ambasciata italiana a Tripoli è un atto di occupazione contrario alla Carta delle Nazioni Unite.


Haftar si è guadagnato i favori di diverse cancellerie con la sua lotta ai miliziani ISIS, lotta spietata, ma anche molti libici vedono in lui una soluzione ai problemi della loro terra, una soluzione drastica, questo è certo, ma forse necessaria in questo momento. I libici sono terrorizzati da Daesh, hanno continui blackout elettrici, banche vuote e gli ospedali non funzionano.


Haftar cavalca questa situazione e ha dichiarato al Corriere della Sera che: “La questione sicurezza è fondamentale. La situazione non permette l’approccio lento richiesto dalla politica. Una volta sconfitti gli estremisti possiamo tornare a parlare di democrazia ed elezioni. Non ora.”


Haftar piace, chiaramente, all’altro generale/capo di stato della regione: Abdel Fatah el-Sisi e a Vladimir Putin. Se l’Egitto è uno dei principali attori dell’area e quello che probabilmente è più direttamente coinvolto nella sicurezza del suo vicino la Russia è un attore più improbabile.
Putin ha ripreso ad impegnarsi nello scacchiere politico internazionale come non succedeva da anni a Mosca e Haftar ha visitato ben due volte Mosca negli ultimi sette mesi. Il vice-ministro degli Esteri russo ha dichiarato che Haftar è una figura importante sia a livello politico che militare nonostante formalmente Mosca supporti l’ONU e di conseguenza Sarraj.


Le possibilità che la Libia diventi una nuova Siria, un paese dove due potenze e loro alleati si confrontano tramite forze locali rivali e in cui, grazie al caos, Daesh prospera. Il tutto, questa volta, a pochi Km dalle coste italiane.

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