cyberjihad

La cyberwar di ISIS

Era fine febbraio dell’anno scorso quando pubblicai in Italia il primo lavoro organico sulla comunicazione dell’ISIS. Dello Stato Islamico e della sua pericolosità ci siamo accorti in Europa con la strage di Charlie Hebdo, ed in quel momento ci siamo accorti che era un fenomeno nuovo ed era nel cuore dell’Europa. 
Di tutto questo – al di là degli innumerevoli istant book usciti uno dopo l’altro per riempire la nostra voglia (presunta) di sapere – in altri paesi si stavano occupando da molto tempo. In maniera seria, scientifica, lontani dall’opinionismo dell’ultima ora.
Quel primo lavoro di sintesi deve e doveva molto ad anni di ricerca ed analisi di molte persone, soprattutto in nord europa e nord america. In particolare lo descrissi come un “lavoro collettivo” citando – tra gli altri – Oliver Roy, Dietrich Doner, Eben Moglen, Jeff Pietra, J.M.Berger, Scott Sanford, i generosissimi Will McCants e Clint Watts, lo straordinario Nico Prucha, Rüdiger Lohlker, la brillante Sheera Frenkel, Rainer Hermann, Mehdi Hasan, Elham Manea, Leah Farrall, Aaron Y. Zelin e Peter Neumannal.


Quella ricerca si concludeva con una citazione proprio di Elham Manea, una delle voci più coraggiose e brillanti dell’islam contemporaneo, che ha scritto «La verità che non possiamo negare è che l’Isis ha studiato nelle nostre scuole, ha pregato nelle nostre moschee, ha ascoltato i nostri mezzi di comunicazione e i pulpiti dei nostri religiosi, ha letto i nostri libri e le nostre fonti, e ha seguito le fatwe che abbiamo prodotto». «Sarebbe facile continuare a insistere che l’Isis non rappresenta i corretti precetti dell’islam. Sarebbe molto facile. Ebbene sì, sono convinta che l’islam sia quel che noi, esseri umani, ne facciamo. Ogni religione può essere un messaggio di amore oppure una spada per l’odio nelle mani del popolo che vi crede».
Da quel primo lavoro la ricerca non si è mai interrotta. E mentre un insieme di persone ha lavorato per tenere traccia ed analisi del corposo materiale (costantemente in crescita) di propaganda e diffusione, altri si sono concentrati nella ricerca di alcuni aspetti che – con le stragi di Parigi del mese scorso – sono divenuti tragicamente centrali e attuali.


Questo e-book inizia con un aggiornamento di quattro capitoli sulla comunicazione (non solo) o-line dell’ISIS, alla luce degli sviluppi militari e geopolitici di questi ultimi mesi e dei (molti) documenti nuovi emersi e raccolti.
La domanda successiva che ci siamo posti è abbastanza semplice e partiva da alcuni presupposti: la straordinaria ramificazione di rete degli attivisti e dei supporter, la presenza di un vero e proprio network globale, la conoscenza di sofisticati sistemi di crittografia, il know-how del cd. “esercito elettronico siriano” (una delle migliori reti hacker a livello globale) e di molte reti collegate che abbiamo cercato di mappare. 
Ci siamo chiesti come tutta questa rete, oltre che per la propaganda, potesse essere usata per alcune attività specifiche: il finanziamento delle cellule all’estero e lo spostamento di denaro, e l’organizzazione logistica.


L’inchiesta che segue racconta quello che ho trovato e collegamenti importanti con reti di riciclaggio e contraffazione a livello globale. 
Come ho specificato “in questa versione pubblica di questa parte di ricerca volutamente ometterò alcuni passaggi. Questa vuole essere un’inchiesta con l’obiettivo di descrivere e contribuire a spiegare un fenomeno ed un sistema (uno dei sistemi) di finanziamento e soprattutto di spostamento di denaro in modo molto difficilmente rintracciabile attraverso un’esperienza – in questo caso diretta e personale – e non vuole essere un vademecum per nessuno, né un invito “a fare altrettanto”.
 Altra ragione delle omissioni è evitare che la divulgazione di certe informazioni, di contatti attivi, potesse in qualsiasi modo e forma minare il lavoro di indagine ed investigativo di chi è preposto a tale compito e per questo motivo il materiale integrale è stato messo a disposizione di soggetti istituzionalmente preposti ad indagini di sicurezza nazionale ed internazionale.
Proprio per questo ho evitato di riportare i contatti diretti, lo scambio di mail, gli account e i numeri di telefono – esattamente come gli stessi sono “oscurati” nelle immagini allegate.


Prima parte
La strategia mediatica del sedicente “Stato islamico” è efficace e di successo. 
L’uso professionale dei social media ha permesso all’ISIS sia di proiettare una visione del mondo coerente sia di essere resistente a “narrazioni alternative” contro il gruppo. 

Continua a leggere la prima parte…


Seconda parte
Quella intrapresa dall’IS – non solo militarmente ma soprattutto in ambito di comunicazione – è una vera e propria guerra per l’egemonia e l’identità: cosa significa essere un musulmano sunnita in tempo di guerra e settarismo?
Continua a leggere la seconda parte…


Terza parte
In stile guerra lampo, lo “Stato islamico” è stato in grado di occupare grandi fasce di territorio nelle roccaforti arabe-sunnite di Siria e Iraq nel mese di giugno 2014 e le loro principali città e dichiarare queste aree “califfato”.
Continua a leggere la terza parte…


Quarta parte
L’ideologia di al-Qaeda ha fornito il quadro teorico che IS impiega ed esercita. Mentre AQ è stata impegnata per decenni per erodere i confini, IS è stato in grado di farlo entro pochi mesi con una narrazione puntuale attraverso il proprio tabloid in lingua inglese “Dabiq”, così come attraverso diversi video in arabo, inglese, spagnolo e altre lingue.
Continua a leggere la quarta parte…

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