cyberjihad

La cyberwar di ISIS/1

La strategia mediatica del sedicente “Stato islamico” è efficace e di successo. 
L’uso professionale dei social media ha permesso all’ISIS sia di proiettare una visione del mondo coerente sia di essere resistente a “narrazioni alternative” contro il gruppo. 
Pubblica video su base quasi giornaliera: oltre ai video di esecuzioni, il gruppo produce veri e propri film che mostrano la “statualità” della sua organizzazione e la ricostruzione delle infrastrutture. 
Lo Stato Islamico distribuisce una ricca miscela di narrazioni che vengono convogliate in immagini e legate a un corpus di scritti di varia estrazione provenienti da trent’anni di jihadismo. Attraverso la creazione di uno “stato” (in arabo: dawla) e rendendo i confini tra Siria e Iraq inesistenti, ha compreso e realizzato qualcosa su cui AlQaida si era impegnata per decenni: a erodere i confini e stabilire uno “stato” su basi teologiche di interpretazione estremista.


IS incarna il “nuovo AQ”, applicando l’ideologia qaidista all’interno dei territori nelle roccaforti sunnite-arabe di Siria, Iraq, e in una vasta area che tra Libia, Penisola del Sinai, Yemen.
 Quindi, la maggior parte dei combattenti stranieri tra le file di IS sono arabi e la stragrande maggioranza di video IS sono in arabo, sia a scopo di propaganda e proselitismo sia alla unificazione delle frange estremiste arabe.
Mandando in onda attraverso i suoi video uno “Stato islamico” fisico, IS incarna una visione del mondo positivo, fornisce una chiara visione videoregistrata di una “identità musulmana sunnita” e utilizza combattenti stranieri arabi e non arabi per le sue produzioni multimediali per rilanciare l’immagine di questo “stato”.

Sorgono quindi almeno due problemi per una corretta intepretazione da parte dell’occidente di questo nuovo fenomeno. Entrambe questioni fondamentali sia per come prenderlo e contrastarlo da un punto di vista della comunicazione (e quindi del contrasto propagandistico ma anche di quello teso al proselitismo) sia da un pinto di vista della scelta strategica per combatterlo.


Da un lato l’IS si presenta come uno “Stato liquido”, privo di quei confini definiti e di obiettivi logistici e infrastrutturali che consentano di immaginare una strategia bellica precisa e tradizionale.
Sino alla guerra in Afghanistan l’occidente si è sempre trovato di fronte a una duplice tipologia di nemici: all’estero individuati e individuabili i confini precisi (siano nazioni o regioni), all’interno con organizzazioni terroristiche organizzate in forma verticale. 
Questa struttura del “nemico” ha consolidato due modelli differenti di contrasto.
Uno sforzo bellico tipico delle guerre nazionali con basi ben precise e confini e regioni ben individuate. Uno sforzo di intelligence ben preciso teso a individuare i mebri delle organizzazioni, i canali di denaro/armi/approvviggionamenti/logistica ed una volta conosciuta e mappata la rete generalmente sgominarla.
Questi due modelli su cui abbiamo costruito la nostra forza di difesa ed attacco e di intelligence sono completamente superati.


L’assenza di confini e la dilatazione enorme delle aree regionali interessate dal fenomeno rende l’opzione bellica tradizionale impraticabile sotto ogni punto di vista.
 L’organizzazione su base qaidista cellulare – evoluta in un trentennio di esperienza ma anche di evoluzione tecnologica – rende l’azione di intelligence estremamente complessa soprattutto perchè differente rispetto ai modelli ed ai metodi sin qui adottati, anche sul capo ad esempio del cd. “terrorismo interno”.


Dall’altro l’IS non è una semplice organizzazione terroristica. 
La sua comunicazione e propaganda non tende semplicemente alla diffusione di un messaggio, a fare proselitismo e a individuare e ecombattere un nemico. 
Quello che l’IS propone, diffonde, comunica, in qualche modo “vende” al mondo musulmano è la concretizzazione di uno scopo “più grande”: la costituzione di un vero e proprio enorme Stato-nazione fondato sull’islamismo più estremo e su una precisa interpretazione del Corano e della Sharia, che sino a Bin Laden era solo strumentale, propagandistica e minoritaria (oltre che fondamentalmente relagata ad una dimensione tribale). 
La prova di questo obiettivo – ove mai non bastassero decine di video e documentari sulla “vita” nello Stato Islamico – è stata di recente fornita da due documenti rinvenuti grazie ad un uomo d’affari arabo. 
Questo – reso noto dal Guardian – è un documento in cui vengono definiti veri e propri organigrammi organizzativi ed istituzionali centrali e periferici dell’IS.


Una sorta di codice-base da cui partire nelle scelte delle cariche istituzionali e del funzionamento della macchina burocratica, amministrativa, fiscale, giuridica.

 Il messaggio – tanto implicito quanto esplicito – di questo lavoro organizzativo è tanto seplice quanto devastante: offrire un modello ed un’alternativa a quanto sino ad oggi conosciuto in una visione sostanzialmente occidentale del mondo.
Se da un lato la proposta al mondo musulmano era di vivere in paesi arabi poveri, spesso filo occidentali quando non direttamente gestiti o occupati dall’occidente, oppure di essere integrati in stati laici e occidentali, oggi la proposta è un’indipendenza territoriale con la costituzione di un modello estremista (venduto come semplicemente ortodosso) e religioso. Ma soprattutto indipendente ed autodeterminato.


Il nuovo richiamo quindi non è più definibile semplicemente come una Jihad (letteralmente “impegno”) di “lotta contro” – che pure ha avuto i suoi momenti topici – ma questa volta di “lotta per” la costruzione di un modello sognato, auspicato, desiderabile (almeno nelle intenzioni dei teologi dell’IS).

Questo salto di qualità – della proposta, del contenuto, dell’obiettivo e della propaganda – è qualcosa sino a ieri non solo ignota, ma soprattutto non tradizionalmente contrastabile, perchè incide sul modello culturale, e lavora e raccoglie consensi tra i musulmani occidentali in modo e quantità direttamente proporzionale all’odio raziale, all’esclusione culturale, all’esterofobia, alla chiusura delle frontiere, al degrado delle periferie, alla mancanza di servizi sociali, al razzismo, alla comunicazione ed informazione islamofobica.


Ci troviamo quindi di fronte ad un paradosso per cui un atto terroristico – come quello di Parigi ad esempio – alimenta in occidente una islamofobia e una ghettizzazione che alimentano le stesse fila dell’IS, sia in quello stesso paese colpito, sia in tutti gli altri paesi occidentali.
 Certo, la misura è tuttaltro che proporzionale, e certamente – come è sempre avvenuto, sia in casi di terrorismo interno che di terrorimo esterno – l’atto di terrore genera anche distanze e condanne da parte della “presunta base”, ma quello che non può essere trascurato è l’effetto “reclutante” che ha anche solo su poche decine di persone – che sono il vero obiettivo della comunicazione dell’IS.

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