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LA MORTE DI AYLAN NON BASTA ALL’ OCCIDENTE PER FARE UNA GUERRA

La foto della morte del piccolo Aylan, scattata in Turchia dalla fotografa Nilüfer Demir, ha fatto il giro del mondo e smosso il silente senso di colpa di chi, di fronte alla morte degli innocenti, si sente chiamato a prendere posizione.

Nilüfer Demir va talmente orgogliosa dei suoi scatti da dichiarare: “sono venuta al mondo per scattare quella fotografia del piccolo Aylan” e, consapevole della potenza delle immagini, aggiunge che “le immagini sono capaci di catturare l’attenzione, di costringere le persone a fermarsi e a riflettere anche sulle parole . Le foto di Aylan sono la sua voce che non c’è più”.


Scatti più brutti è difficile immaginarli, evoco non a caso la categoria del brutto e dell’orrido, perché in quelle immagini non c’è spazio per l’estetica e anche l’etica se ne va, senza mezzi termini, a farsi fottere per motivi che tenterò di spiegare.

Se il grido e la sofferenza dei bambini ha sempre traumatizzato le coscienze e scandalizzato, anche questa volta il perbenismo borghese non si fa scrupolo di gridare all’orrore per un anima innocente morta su una spiaggia per sfuggire alla guerra .


Ma che clamore, che novità, tutti i giorni muoiono bambini, ragazzi, donne incinte, padri di famiglia, giovani spose, ammassati su orrende imbarcazioni, nella miseria, nella disperazione e nella speranza di una vita dignitosa.

I politici di turno per commuoversi e capire che in Siria è in corso una guerra a cui l’occidente non vuole mettere fine hanno bisogno della orrenda fotografia di un piccolo bimbo morto per alzare il loro ditino del disappunto morale ed essere più indulgenti e poter professare l’ipocrisia della politica dell’accoglienza.


Lo scatto di Nilüfer Demir mette alla prova il comune senso del pudore legato al tabù della morte e sta in questo la sua forza dirompente.

Che ogni giorno muoiano e soffrano centinaia di essere umani, senza cibo, espropriati di tutto, poco male, ma vedere un bimbo spiaggiato come un piccolo pesce buttato fuori dal mare diventa intollerabile .

Insomma guardare in faccia l’orrore serve di più che il racconto quotidiano dell’orrore.

È proprio vero che viviamo, mai come in questo momento, nella civiltà dell’immagine.

Tutto, ma proprio tutto, se passa in un’ immagine che sia il più possibile forte allora acquista valore evocativo, commuove e scuote gli animi.


Ma è davvero diventata così alta la soglia di accettazione del dolore e della sofferenza altrui ?

Dopo le immagini girate nei campi di concentramento, alla fine del secondo conflitto mondiale, quale orrore può ancora scandalizzarci ?

L’orrore a cui si è arrivati nella persecuzione e nel massacro premeditato di milioni di ebrei è qualcosa che certo ferma ogni possibilità di evocazione di categorie quali il male o il bene, la giustizia o l’ingiustizia.


Lì ci troviamo posti di fronte a qualcosa che va al di là del bene e del male, lì l’uomo ha toccato il punto massimo dell’orrore e della violenza che ci abita.

Abbiamo bisogno davvero di guardare in faccia l’orrore per cercare soluzioni?

E soprattutto, cos’ è di quell’immagine di un bimbo morto che davvero scandalizza ?

Incredibile potenza dell’immagine che ha fatto placare anche i vari Salvini, che hanno leggermente abbassato la cresta della loro supponente politica del respingimento .


Quando, in tempi non sospetti, invitavo a riflettere sul fatto che la crisi del medio oriente e la guerra dell’ ISIS sono un flagello per tutto l’occidente, non trovai facili consensi.

Ora con un bambino morto su una spiaggia finalmente ci si accorge che in Siria c’è la guerra e che la gente scappa perché è una guerra che la popolazione civile non è interessata a combattere.

Una guerra la cui origine ancora si fa fatica a comprendere, troppo facile credere che sia tutta colpa dei fanatici dell’ ISIS.

Sarebbe interessante capire dove comprano i militanti dell’ISIS le loro armi e chi ha armato i Curdi che, sempre in Siria, a loro volta combattono un’altra guerra per il possesso della loro terra.


Intanto, mentre Israele chiude le frontiere dichiarando che è uno stato troppo piccolo per accogliere tanta gente, la civilissima e splendida Vienna accoglie i profughi siriani .

Una guerra la si combatte solo se la posta in gioco è grande, l’occidente non si muove, qualcuno si batte il petto, qualcuno invita all’accoglienza, qualcuno mette in atto la legge e pensa al respingimento.

In guerra l’occidente non scende perché di Aylan morto in mezzo al mare e trascinato dalle onde non importa veramente davvero a nessuno.


Si combatte per ben altri motivi e chi conosce la storia sa bene quali.

Possono continuare a morire e fateci vedere pure come muoiono così da farci battere il nostro borghese cuoricino.

Le guerre costano e si combatte per ottenere qualcosa di materialmente rilevante: conquista di territori, potere, giacimenti di petrolio.

Le vite umane, compresa quella di Aylan, non hanno lo stesso valore di un pozzo di petrolio o del possesso di un intero territorio.


Aylan serve per commuoverci, Aylan è lo spettacolo del dolore di cui ci nutriamo come cannibali civilizzati, ottimo per una buona apertura in prima pagina, perché le questioni cruciali, l’intervento reale nessuno vuole veramente prenderlo in considerazione.

Ancora una volta ci troviamo posti di fronte ad una questione di valori. Restituire la terra a un popolo, fermare l’ISIS-fanatici religiosi armati e assetati di potere che distruggono l’arte, la storia e le tradizioni autentiche di una terra in nome di una religione- esportare i valori della democrazia, arrestare l’immigrazione di uomini espropriati di tutto, riscattare la morte degli innocenti, sarebbero atti imprescindibili .

Tutto questo può valere un’entrata in guerra da parte dell’occidente?

Intanto, prima che arrivino risposte concrete, godiamoci lo spettacolo di un bambino morto su una spiaggia.

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