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L’Arabia Saudita sta proteggendo Daesh?

Ogni componente della coalizione anti Daesh ha differenti priorità,alcuni forse non vogliono neppure sconfiggere Daesh

Il 9 e il 10 dicembre l’Arabia Saudita ha tenuto una grande conferenza in cui ha unito tutti i ribelli siriani con l’intento di creare un fronte unito. Il 15 dicembre l’Arabia Saudita ha annunciato una nuova alleanza militare islamica di 34 paesi con lo scopo di coordinare e supportare le operazioni necessarie alla guerra al terrorismo. Queste iniziative avevano lo scopo di riaffermare il ruolo di alleato chiave dell’Arabia Saudita nei confronti degli USA.


Sfortunatamente entrambe questi sforzi sono stati mal concepiti dall’inizio. Innanzitutto i sauditi hanno escluso i curdi che sono il gruppo che sta ottenendo i risultati migliori sul campo e come se non bastasse hanno incluso Ahrar al-Sham, un alleato di Jabhat al-Nusra, la filiale locale di al-Qaeda. La conferenza, oltretutto, ha chiesto la deposizione di Bashar al-Assad per facilitare il processo di transizione. Un ottimo modo di bloccare da subito i negoziati. Ahrar al-Sham ha firmato la dichiarazione ma ha subito abbandonato i lavori.


Per quanto riguarda l’alleanza militare i risultati non sono stati migliori, alcuni giorni dopo l’annuncio Libano, Pakistan e Malesia hanno negato un loro coinvolgimento. Libano e Pakistan hanno addirittura sostenuto di non essere mai stati consultati a riguardo.


Per quale motivo, quindi l’Arabia Saudita ha organizzato questa messinscena?
Probabilmente per sviare l’attenzione da suoi veri obiettivi a da quelli dei suoi alleati, Qatar e Turchia; dal supporto che danno ai gruppi salafiti che contribuiscono alla instabilità della zona.


Arabia Saudita, Qatar e Turchia si sono impegolati in una guerra per procura con la Russia, la prima sostenitrice di Assad, e partecipano alla guerra principalmente finanziando gli elementi più radicali dell’opposizione.


Elementi come, appunto, Ahrar al-Sham. Questo gruppo tenta di presentarsi come moderato ma accoglie ideologie radicali e compie atrocità seconde solo a quelle di Daesh. Come se non bastasse i gruppi come questo fioriscono nell’instabilità del territorio siriano e riescono a destabilizzare i territori vicini portando attacchi a obiettivi al di fuori della Siria. Questa è una delle paure principali di Russia e Iran.


Data la frammentazione dell’opposizione sia Arabia Saudita e Qatar sono consapevoli che supportare i salafiti non porterà alla creazione di un governo favorevole ai loro interessi. Questi gruppi non hanno intenzione di governare uno stato. Il motivo di questo supporto è mettere i bastoni tra le ruote all’Iran e fare in modo che Teheran non riesca a trasformare quest’area in un paese satellite ma in un problema di sicurezza. La strategia sta funzionando.


A sua volta la Turchia è interessata a bloccare qualsiasi possibilità di trasformare Rojava in un’area a controllo curdo come l’area amministrata dai Peshmerga in Iraq. Il PYD che controlla Rojava è molto vicino al PKK e l’area di confine tra Turchia e Siria diventerebbe un feudo PKK. La creazione di uno stato autonomo o semi-autonomo curdo nel nord della Siria, tuttavia, qualunque sia l’esito della guerra sembra ben più che probabile, i turchi dovranno rassegnarsi, per il momento a loro conviene una lunga guerra civile.


In tutta questa situazione gli USA sono in una situazione di incertezza che non fa bene a nessuno. La strategia iniziale di supportare solo pochi gruppi di ribelli fidati non sta pagando e la Siria è diventata terra di conquista per tutte le potenze regionali e meno. Gli USA hanno perso il loro ruolo egemone che conservavano dalla fine della guerra fredda e e questa ne è la prova.

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