L’industria del saccheggio secondo l’ISIS

Come l’ISIS ha trasformato il saccheggio di beni archeologici in una industria incredibilmente remunerativa

La cattura da parte dell’ISIS di Palmira ha fatto trattenere il fiato agli amanti dell’arte e dell’antichità di tutto il mondo. La paura è dovuta al fatto che i resti protetti dall’UNESCO siano in pericolo ma non di essere distrutti bensì di essere saccheggiati.


ISIS ha pubblicato video in cui opere d’arte considerate sacrileghe vengono distrutte ma questi atti sono figli di una strategia di “marketing”. Il vero obiettivo del califfato è vendere tutte le opere d’arte e i beni archeologici di cui entrano in possesso. A partire dall’estate del 2014 ISIS è entrata nel mercato del saccheggio delle opere d’arte e lo ha fatto in grande stile.


Prima dell’arrivo del califfato il mercato del saccheggio era gestito da gruppi malavitosi locali locali. Grazie all’abbondanza di resti della zona il mercato era già una delle più grandi fonti di guadagno dei criminali siriani. Ogni gruppo criminale aveva la sua “collezione” di antichità.


Gli artefatti, prima dell’avvento dell’ISIS, cambiavano mani più volte all’interno della Siria fino a quando non venivano acquistati da compratori esteri che procedevano allo stoccaggio delle merci il più delle volte in Turchia ma anche a Beirut o addirittura Ginevra. Molte volte le merci venivano conservate all’interno di aree di stoccaggio degli aeroporti internazionali dove la merce può essere tenuta decenni prima di passare dalle dogane. Una volta stoccata la merce rimaneva fuori dai radar per anni, in alcuni casi molti anni.


Articoli come questi attirano le attenzioni delle autorità e i commercianti di opere rubate li fanno rimanere in deposito per una decina d’anni prima di metterli sul mercato negli USA o in Europa o in estremo oriente. Ora ISIS ha cambiato il mercato.


ISIS ha iniziato a tassare gli scambi. Secondo una applicazione della Sharia un quinto di ogni ricchezza dello stato appartiene allo stato per cui è doveroso pagare il khums.
Nell’autunno del 2014 però il califfato cambia ancora le regole del gioco: è stato creato un ufficio a Manbij, nel nord della Siria e i miliziani hanno preso il controllo diretto dei siti archeologici. ISIS ha fermato i saccheggiatori locali e ha iniziato a chiamare i propri uomini e a dare licenze ufficiali di scavo. In questo modo i saccheggiatori non vanno più a caso nei siti con una pala sperando di trovare qualcosa ma vi arrivano con macchinari pesanti e persone che sono in grado di capire dove scavare. In questo modo ISIS ha distrutto diversi siti archeologici come ad esempio Dura-Europas e Ebla.


Perché ISIS si prende il disturbo di organizzare questo commercio? Per soldi, tanti soldi. Secondo il Wall Street Journal il saccheggio è la seconda fonte di guadagno del califfato dopo il petrolio. Il Guardian ha rivelato che dai documenti recuperati nel nascondiglio di uno dei leader ISIS il gruppo ha raccolto 36 milioni di dollari solo dal saccheggio di al-Nabuk. Secondo l’ambasciatore iracheno alle Nazioni Unite la cifra annuale ricavata dal traffico di opere d’arte si aggira sui 100 milioni.


In qualche anno i mercati occidentali saranno inondati da antichità provenienti dalla SIria e la Siria, comunque vada, sarà molto più povera.

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