The diversity of exoplanets is large — more than 800 planets outside the Solar System have been found to date, with thousands more waiting to be confirmed. Detection methods in this field are steadily and quickly increasing — meaning that many more exoplanets will undoubtedly be discovered in the months and years to come. As an international scientific organisation, the IAU dissociates itself entirely from the commercial practice of selling names of planets, stars or or even "real estate" on other planets or moons. These practices will not be recognised by the IAU and their alternative naming schemes cannot be adopted.

Molti degli esopianeti scoperti da Kepler in realtà sono falsi positivi

Un team internazionale di astronomi guidato da Alexandre Santerne, ricercatore presso l’Istituto di Astrofisica e Scienze dello Spazio all’Università di Oporto, ha condotto uno studio lungo cinque anni sulle velocità radiali dei potenziali esopianeti rilevati dal telescopio spaziale Kepler, scoprendo che il 52.3% dei candidati sono in realtà stelle binarie ad eclisse, mentre il 2.3% sono nane rosse. L’analisi è stata condotta utilizzando lo spettrografo SPHIE dell’Osservatorio di Haute-Provence, in Francia.


“Si pensava che l’affidabilità dei metodi utilizzati per rilevare la presenza di esopianeti con Kepler fosse molto buona”, ha dichiarato Santerne “ma in realtà il 50% dei corpi celesti scoperti di fatto non sono pianeti, come dimostra la nostra estensiva analisi spettroscopica.” Vardan Adibekyan, membro del team di ricerca, ha poi aggiunto: “Quello di rilevare e caratterizzare gli esopianeti di solito è un compito piuttosto arduo. Nel nostro lavoro abbiamo mostrato che anche i pianeti più grandi, e quindi teoricamente più facili da individuare, in realtà non fanno eccezione. In particolare, ci siamo accorti che meno della metà dei corpi celesti candidati sono effettivamente pianeti. I restanti sono falsi positivi dovuti ad interferenze luminose di varia natura”.


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Gli esopianeti giganti rilevati con il metodo del transito possono facilmente essere confusi con dei falsi positivi, quindi le osservazioni spettroscopiche sono fondamentali per stabilire l’effettiva natura planetaria dei corpi celesti candidati, dato che consentono di individuare facilmente le interferenze luminose. La ricerca, avviata nel luglio del 2010 e conclusasi nello stesso mese del 2015, ha riguardato tutti gli 8826 oggetti inizialmente inseriti nella lista di Kepler. Il numero di candidati si è poi ridotto, grazie alla rimozione dei falsi positivi già noti, a 129 potenziali esopianeti e 125 stelle. “Dopo 20 anni di studio di esopianeti grandi quanto Giove in orbita intorno ad altre stelle, abbiamo ancora molte domande a cui rispondere”, ha dichiarato Santerne. “Per esempio, non capiamo ancora quale sia il meccanismo che potra alla formazione di pianeti gioviani con un periodo orbitale piccolissimo, a volte di pochi giorni. Non sappiamo nemmeno come mai alcuni di questi pianeti, detti “puffy planets”, posseggano un’atmosfera così estesa e poco densa.”


Di norma, il raggio dei giganti gassosi dipende in parte dalla loro struttura interna e in parte dalla temperatura dell’atmosfera. Nel caso dei pianeti gioviani caldi, l’irraggiamento proveniente dalla stella madre gonfia l’atmosfera come un pallone aerostatico creando moti convettivi che, partendo dagli strati più interni del pianeta, contribuiscono ulteriormente all’aumento del raggio. Eppure alcuni giganti gassosi sono così grandi (e caldi) da sfidare tutti i modelli fisici convenzionali. L’analisi spettroscopica condotta dai ricercatori dell’Univeristà di Porto ha però fissato dei vincoli di massa ben precisi, che uniti alle misure radiali fornite da Kepler con il metodo dei transiti hanno consentito di calcolare la densità di questi giganti incandescenti. Gli astronomi hanno anche scoperto una possibile connessione tra la densità di questi pianeti e il grado di metallicità delle loro stelle, ancora in attesa di conferma. I risultati dello studio sono stati annunciati lo scorso 2 dicembre alle Hawaii, nell’ambito della conferenza “Extreme Solar Systems III”.



FONTE: Instituto de Astrofísica e Ciências do Espaço, Universidade do Porto

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