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Calder: La Scultura è Mobile

Può una scultura essere mobile, quasi eterea? Performing sculpture, la mostra che la Tate Modern ha scelto di dedicare ad Alexander Calder, ci dimostra di sì.
Un delicato equilibrio di fili di ferro (pionieristici per la scultura degli anni 20) sospesi ai soffitti e ombreggianti sulle pareti che assumono le forme delle loro proiezioni.
La realizzazione di un ossimoro: Calder libera e rende cinetica la scultura, fino ad allora pensata come stabile e robusta, ora leggera e fragile. Ed ecco che Marchel Duchamp consacra questa “rivoluzione” coniando il termine “mobiles”: forme danzanti, che ondeggiano al minimo flusso di corrente.
“L’arte di Calder è la sublimazione di un albero nel vento”. ( M.D.)
“Sandy” Calder, originario da una famiglia di noti artisti della Pennsylvania, studia come ingegnere meccanico presso il Stevens Institute of Technology di Hoboken, New Yersey. Poco più che ventenne si sposta a Parigi.
Qui viene da subito attratto dal mondo del circo, tanto da crearne uno tutto suo “: Le Cirque Calder”, smontabile e trasportabile in sole 5 valigie. Marionette, acrobati, personaggi sottili e aggraziati.


Calder: La scultura è mobile


Il 1930 è un anno decisivo: Calder visita lo studio di Mondrian, folgorato dalle sue forme geometriche colorate, immagina e presto dà vita ad un’arte astratta in movimento. L’ingegnere ottiene esattamente quello che voleva l’artista.


Calder: La scultura è mobile


Una scultura aerea, sciolta dell’immobilità statuaria. Oltre ai “mobiles”, che affascinarono persino Einstein ( pare che rimase a fissarne uno per circa 40 minuti), la mostra propone anche alcuni progetti che testimoniano le sperimentazioni di Calder in altri campi, quali cinema, teatro, musica e danza.


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Ma soprattutto include anche quelli che Jean Harp nominò gli “stabiles”: bisogna camminare intorno ad uno “stabile” – il “mobile” invece danza di fronte a noi. In sostanza, nei suoi “mobiles”, il più delle volte manca la base tradizionale o un piedistallo che ancori l’opera al pavimento. Gli Stabiles, invece, sono sculture rigide, rette da una base poggiata a terra. Alcune di esse ricordano le contemporanee lampade di design Pallucco.


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Una trasformazione radicale del concetto di scultura, che da oggetto tridimensionale diventa quadrimensionale – grazie all’aggiunta della dimensione del tempo, dovuta al movimento – e che in seguito assume ulteriori sfaccettature con la possibilità di interazione (tramite mani, dispositivi elettrici, correnti d’aria o il solo respiro umano) o di generare suoni ( Si pensi al Gong).
L’arte per Calder è sinonimo di spazio e movimento, sempre legata all’idea dell’Universo: volumi, masse, leggere, pesanti, di diversa taglia e colore, linee, vettori che rappresentano la velocità; forze, accelerazioni che creano angoli meravigliosi e ben studiati. Nulla è immobile, tutto può muoversi, oscillare, entrare in relazione con altri elementi.


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Tra una cascata di dischi bianchi e colorati di metallo, foliage verticali, sfere che ricordano corpi celesti, arriviamo a “Black Widow”: realizzata nel 1948 e donata all’IAB (Instituto de Arquitetos do Brasil), l’opera è una delle eredità più tangibili del viaggio di Calder in Brasile. Normalmente ammirabile all’interno in uno spazio centrale nella sede dell’Istituto di San Paolo, è anche visibile dalla strada attraverso le finestre. Black widow, in viaggio per la prima volta, dimostra che Calder era capace di ridefinire lo spazio architettonico, non semplicemente di occuparlo.
A guardare le dimensioni imponenti e le forme aguzze dei lavori esposti, ci viene naturale chiedere come siano trasportabili. Ebbene Calder ha reso possibile smantellare anche le più grandi sculture in modo che potessero essere spedite evitando problemi doganali. Ha essenzialmente progettato opere d’arte “Flat pack”, coordinate con dettagliate istruzioni codificate e colori numerati in modo da poter essere riassemblate correttamente una volta giunte a destinazione. Questa tecnica permette alle opere di Calder di viaggiare. E questa è una fortuna universale perché, come dicono numerosi critici: “Non si può descrivere il lavoro di Calder- si deve vedere “. Ebbene cosa aspettate? Performing Sculpture, ( oltre cento capolavori) , curata da Ann Coxon, è visitabile alla Tate Modern fino al 3 Aprile!


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