“L’amante” di Claude Sautet


Con l’utilizzo dei flashback, Claude Sautet racconta la storia di Pierre, affermato professionista di mezza età che lavora nel campo edile. Ha una fidanzata bellissima che mira e rimira la mattina mentre lei, di spalle, traduce qualche volume. Il suo nome è Hélène, parla un’altra lingua e lo si intende perchè Pierre spesso la corregge, dandogli così l’illusione di poter detenere quella sottile supremazia che permette all’uomo di sentirsi uomo. Alle spalle di Pierre, invece, un divorzio, ed un figlio diciannovenne che vede appena, di cui sa poco: se ne accorge quando gioca con una delle sue invenzioni, piccoli computer che riproducono il canto degli uccelli, oggetti utili a uomini che non vogliono impegnarsi perchè, dice il figlio, non sporcano e i volatili non esistono se non nel suono fittizio.





In una melodrammatica conversazione tra i due fidanzati, di ritorno in auto da una cena con la famiglia di lei, Hélène mostra tutte le debolezze femminili, la paura di non essere amata, il timore che lui si sia stancato della relazione, la sensazione del distacco freddo e cinico dell’uomo, mentre Pierre ascolta quasi assente come se le parole fluttuassero sopra di lui; un monologo più che una conversazione, uno di quelli in cui l’uomo vorrebbe scappare e la donna vorrebbe semplicemente essere rassicurata. Credo di non aver mai visto alcun regista mettere su pellicola una scena di così sorprendente banalità, ma di così grande verità che rende giustizia al senso del film. 



E’ in quell’istante, in quel fiume di parole melense e autolesionistiche della donna, che Pierre pensa di lasciarla, si figura già l’addio, forte del sentimento paterno che riaffiora nei confronti del figlio a cui ha promesso una vacanza insieme. Un viaggio che toglierebbe il tempo da dedicare ad Hélène, quella partenza per Tunisi continuamente rimandata e la ragazza, risentita, inizia a struggersi e distruggere. La stessa notte del litigio Pierre, anziché dormire nel letto dell’amante, senza alcuna spiegazione, senza il minimo accenno di comprensione o di stizza o di rabbia o di seccatura, impassibile come un fantoccio spaventacorvi, parte per Rennes per affari; durante il tragitto scrive le parole d’addio che gli risuonavano in testa insieme alle immagini del figlio e della moglie Catherine ma, preso da quella paura di solitudine che da sempre lo accompagna, decide di non spedirla e la rimette in tasca. 




In un tragico incidente in cui l’auto si scontra con un grosso camion, Pierre perde la vita, la stessa che ripercorre tra un’ondata di luce che illumina la memoria e tutto l’amore della sua esperienza: le gite in barca con l’ex moglie ed il figlio, il primo incontro con l’amante, gli amici, tra il rimpianto delle cose non fatte e ormai perdute, in un flusso di coscienza continuo prima della fine. Pierre non potrà più dimostrare il suo affetto a quel figlio cresciuto senza il padre, non potrà più tornare dalla fidanzata per la sola paura di rimanere solo, non potrà più sorridere di una gioia sincera e vera dell’affetto di sua moglie, nel calore della quotidianità condivisa. Pierre rimane l’uomo che le donne hanno solo immaginato. 



Claude Sautet, con grande eleganza, lascia alla donna l’ultimo gesto, come in tutte le sue opere: dalla finestra dell’ospedale, Catherine osserva la corsa di una fidanzata disperata che ha appena appreso la notizia; prima che salga la scale, distrugge la lettera d’addio trovata nelle tasche della giacca, con un enorme slancio di umana bontà, di quell’amore materno e solidale che solo la donna possiede per natura. L’ex moglie, togliendole la sofferenza di una scoperta così terribile (la lettere d’addio, oltre alla morte di Pierre), regala alla donna la gioia del ricordo. 

L’amante (Les choses de la vie), Claude Sautet 1970

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