Uno stravagante scrittore

Un'opera biografica a tinte drammatiche con protagonisti assoluti Jason Segel e Jesse Eisenberg. The End of the Tour, regia di James Ponsoldt

A partire da giovedì 11 febbraio, esce nelle sale cinematografiche italiane The End of the Tour, distribuito dalla Adler Entertainment, un film che pone al centro dell’obiettivo della telecamera lo scrittore David Foster Wallace, interpretato dall’attore statunitense Jason Segel, intervistato dal giornalista David Lipsky (Jesse Eisenberg). Un incontro contraddistinto da confessioni ed omissioni reciproche, scomode domande e depistanti risposte. Un mix di elementi comunicativi documentati tra viaggi in aereo e sedute davanti alla tv dal regista James Ponsoldt.

 

1996. In occasione del tour promozionale dell’opera intitolata “Infinite Jest”, il romanziere e giornalista David Lipsky frastorna di domande incalzanti per ben cinque giorni lo scrittore David Foster Wallace al fine di intervistarlo per la rivista Rolling Stone.

 

È l’inizio di un lungo percorso che li vedrà condividere l’atmosfera di solitudine che circonda la casa innevata di Wallace, l’affetto dei suoi cani, i lunghi viaggi in auto e in aereo, l’ansia antecedente la lettura di un libro, la conoscenza con due amiche e le interminabili sedute dinanzi al piccolo schermo, la vera grande droga di Wallace.

 

Nel corso di questo arco temporale, i due si studieranno a vicenda, si confesseranno, si odieranno e talvolta arriveranno persino a invidiarsi l’uno con l’altro. Un incontro-scontro che rappresenterà un avvenimento a se stante. Da quel momento, infatti, Lipsky e Wallace non si rivedranno mai più.
Se si analizza di primo acchito The End of the Tour può sembrare un lavoro freddo e privo di pathos. In realtà non è così. Occorre infatti coglierne l’essenza per la quale è stato concepito, allo scopo di estrapolarne il calore profondo e la sua autentica natura.

Jesse Eisenberg (David Lipsky) e Jason Segel (David Wallace) in una scena del film

Jesse Eisenberg (David Lipsky) e Jason Segel (David Wallace) in una scena del film


Siamo perciò di fronte ad un film molto particolare, a primo impatto difficilmente assimilabile. David Wallace era uno scrittore ossessionato dall’idea di divenire la parodia di se stesso, con la logica conseguenza di perdere il contatto con la realtà circostante. La scelta di Jason Segel, in questo senso, risulta azzeccata. L’attore americano (noto al pubblico per alcune pellicole dal tono irriverente e goliardico quali Questi sono 40, Facciamola finita e Sex Tape – Finiti in rete, con Cameron Diaz) infatti compare sul grande schermo con la famosa bandana e con la consueta aria tormentata che lo contraddistingue. Un personaggio sicuramente (e per l’appunto) ai confini con la parodia, ma la sua performance attoriale è nel complesso più che soddisfacente.

 

È dunque possibile definire The End of the Tour come un prodotto a metà strada tra un documentario dal carattere biografico e un’opera di finzione. Una sorta di racconto molto simile a quelli che Wallace correggeva ai suoi studenti.

 

Il rapporto e le dinamiche intersoggettive tra intervistatore ed intervistato si mischiano e si confondono reciprocamente, creando un perfetto amalgama complementare all’interno della coppia. Nota di merito, in questa prospettiva, per Jesse Eisenberg (di cui ricordiamo film come The Social Network, Now You See Me – I maghi del crimine e il recente The Double) nei panni dell’incalzante reporter David Lipsky.

L'attore Jason Segel nelle vesti dello scrittore David Foster Wallace

L’attore Jason Segel nelle vesti dello scrittore David Foster Wallace


Dietro la macchina da presa troviamo il regista statunitense James Ponsoldt (di cui citiamo a titolo esemplificativo Off the Black del 2006, Smashed del 2012 e The Spectacular Now del 2013), il quale ha il merito di ricostruire il viaggio di Lipsky non come un’esperienza indimenticabile, bensì come un’immersione nell’umiltà. Il giornalista del Rolling Stone, infatti, cerca in tutti i modi di trovare il pertugio giusto per affondare le sue domande, ma i suoi tentativi vengono puntualmente vanificati da Wallace.

 

Sia Lipsky che Ponsoldt non potranno mai comprendere chi è veramente David Foster Wallace, né nell’arco di cinque giorni né nel corso dei 106 minuti di durata del film. Tuttavia, entrambi hanno avuto l’occasione di avvicinarsi, lasciandosi influenzare dal suo ego.

 

Infine, non mancano gli elementi creativi. Basti pensare, ad esempio, all’utilizzo di un tipo di linguaggio tutt’altro che comune per una pellicola destinata ad un pubblico variegato e quindi comprendente chi ancora non conosce David Foster Wallace.

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